mercoledì 28 giugno 2017

macellerie messicane (una storia di violenza)


Nella sera del 21 luglio del 2001 i reparti della polizia mobile, col supporto dei carabinieri, fecero irruzione nella scuola Diaz di Genova, dove erano accampati gli attivisti del Genova Social Forum che protestavano contro il G8 che si teneva in quei giorni in città. In un’atmosfera già surriscaldata dagli scontri di piazza e dalla morte – il giorno precedente – del manifestante Carlo Giuliani, l’irruzione si risolse in un pestaggio violentissimo e indiscriminato che fece in seguito parlare il vicequestore Michelangelo Fournier, presente agli avvenimenti, di una scena da “macelleria messicana”.

Sebbene l’espressione venne già usata nel corso di un interrogatorio a ridosso degli avvenimenti, nel 2001, acquistò popolarità nei media soltanto qualche anno più tardi. Il curioso modo di dire con tutta probabilità evocava, nell’immaginario dei lettori, una situazione di disordine e scarsa igiene, come può essere quella di un luogo addetto alla macellazione di animali in un paese percepito come “terzo mondo” (anche sotto l’influenza del cinema americano) e quindi carente quanto a normative sanitarie. Oppure il fatto che il Messico è effettivamente considerato come uno dei luoghi più pericolosi dove vivere, a causa della violenza dei narcotrafficanti.

Qualcuno però si ricordò che Fournier non era stato il primo a usarla, e che quindi si trattava in realtà di una dotta citazione (come confermato dalla frase, successivamente pronunciata in un’intervista: “mannaggia a me e la mia fissa per la storia del Novecento”). A evocare la “macelleria messicana” era stato uno dei capi della resistenza partigiana – che dì a poco sarebbe divenuto Presidente del Consiglio italiano – e cioè Ferruccio Parri, per esprimere lo sdegno per lo scempio che era stato fatto il 29 aprile del 1945, a Piazzale Loreto, dei cadaveri di Benito Mussolini, di Claretta Petacci, e di altri gerarchi fascisti, appesi a testa in giù al traliccio di un benzinaio, esposti alla rabbia e al vilipendio della folla. La questione quindi diventa: perché a Ferruccio Parri venne in mente il Messico?

L’ipotesi più frequente, avanzata per esempio da Pino Cacucci, grande conoscitore del paese, è che c’entra la rivoluzione messicana avvenuta fra gli anni ’10 e gli anni ’20 del Novecento; Cacucci attribuisce cioè al “sensazionalismo pressapochista e superficiale dei giornalisti italiani” che raccontavano gli eccessi della rivoluzione la nomea che il Messico aveva come luogo deputato alle violenze. Per il direttore di Internazionale Giovanni De Mauro invece il riferimento sarebbe addirittura alla battaglia di Alamo del 1836, dove persero la vita Davy Crockett e qualche altro centinaio di persone. Quest’ultima ipotesi mi sembra del tutto campata per aria, probabilmente ispirata al fatto che inserendo “mexican butchery” su Google Books si trovano giusto un paio di occorrenze legate all’episodio di Fort Alamo. Peccato che “butchery” in inglese sia sovente usato nel senso di “massacro” (“the savage killing of large numbers of people”) e che vi si possa appiccicare qualsiasi altro aggettivo legato a una nazionalità o un’etnia, dove l’aggettivo indica sempre il responsabile della strage. Per esempio “italian butchery” riferito ai massacri in Etiopia e così via (molto frequenti le occorrenze di “indian butchery”).

Per quanto riguarda la teoria di Pino Cacucci, invece, è interessante come lui stesso fornisca gli argomenti per respingerla, nel parlarne come di “un’uscita infelice e fuori luogo”: perché un comandante partigiano avrebbe dovuto mancare di rispetto nei confronti della prima rivoluzione del secolo? Parri non aveva esempi ben più idonei e più vicini di “bassa macelleria”, come quelli offerti dalla Grande Guerra, o appunto gli stermini commessi in Africa anche da parte delle truppe italiane? In realtà la teoria mi pare strampalata soprattutto perché l’episodio al quale Parri si riferisce non è affatto qualificabile come un “massacro”: Mussolini e gli altri erano già stati uccisi, e non era certo la loro esecuzione che Parri condannava (con la possibile eccezione della Petacci), ma l’esposizione dei corpi. La macelleria è qui intesa proprio come luogo fisico, come il posto dove i cadaveri delle bestie vengono fatti a pezzi e appesi ai ganci. Di nuovo, allora, perché “messicana”?

Su Wikipedia è scritto che alcuni attribuiscono la frase, invece che a Parri, a un altro capo della resistenza, e cioè a Leo Valiani. Purtroppo anche questa notizia è priva di fonti e pure cercando altrove non si riesce a capire chi siano questi “alcuni” [aggiornamento: si tratta probabilmente di una semplice svista di Sergio Romano, in questo articolo]; salta subito all’occhio però che la frase, pronunciata da lui, avrebbe molto più senso, dato che Valiani era da poco tornato dal Messico. C’era stato, esule, dal 1940 al 1943. Quanto al giudizio negativo poteva provenirgli dalla sua diretta esperienza personale, visto che lui stesso era sfuggito a un tentativo di linciaggio da parte di una folla.

Valiani in quell’occasione stava partecipando, insieme allo scrittore e rivoluzionario russo Victor Serge, a un comizio pubblico di protesta per l’esecuzione di due comunisti polacchi in Unione Sovietica (Ehrlich e Alter) uccisi per ordine di Stalin, quando vennero attaccati da un folto gruppo di stalinisti ortodossi che probabilmente avevano l’intenzione di uccidere Serge: furono salvati appena in tempo dall’arrivo della polizia (cfr. Leo Valiani, Sessant’anni di avventure e battaglie, 1983). Il Messico non doveva essere un posto facilissimo per i dissidenti dalla politica di Stalin, come dimostra anche la tragica fine di Trotsky, ucciso a picconate alla nuca e a tradimento dallo zio di Christian De Sica. Può darsi quindi che Valiani parlando di “macelleria messicana” stesse esprimendo un duro giudizio non tanto sul Messico e sulla sua rivoluzione quanto sugli eccessi del comunismo, dal quale si era ormai distanziato anche dal punto di vista ideologico.
                                              
Anche se questa interpretazione risulta appena più plausibile, rimane il fatto che la frase viene principalmente attribuita a Parri e non a Valiani, e non si potrebbe nemmeno escludere che l’attribuzione a Valiani nasca, a posteriori, proprio in virtù della sua esperienza messicana. Se vogliamo dirla tutta, non si può nemmeno essere sicuri che quella frase, così come viene tramandata, sia mai stata pronunciata da qualcuno. Se la fonte di Fournier è quasi certamente la famosa Storia d’Italia di Montanelli e Cervi – dove nel volume dedicato alla liberazione (uscito nel 1983) un intero capitolo è intitolato “Macelleria messicana” –  troviamo una precedente occorrenza della frase in un numero del periodico Epoca del 28 gennaio 1973 (da me consultato): “Quando dissero al comandante Maurizio (Ferruccio Parri) che avevano appeso Claretta Petacci a un gancio, ruggì: ‘È una macelleria messicana!’”.

Si tratta di un articolo firmato da Guido Gerosa – che segue un altro articolo di Franco Bandini sui misteri sulla morte del Duce – dal titolo “Hitler lo ha saputo?” e col sottotitolo “Come appresero la notizia i protagonisti del conflitto mondiale e gli uomini politici italiani”. Se qualcuno fosse a conoscenza di occorrenze ancora precedenti e me le segnalasse ovviamente mi farebbe un favore, ma può essere un indizio sulle fonti utilizzate da Gerosa il fatto che in quella parte dell’articolo gli avvenimenti sembrano narrati dal punto di vista di Charles Poletti, che era il governatore americano della Lombardia (noto anche per i suoi rapporti ambigui con la mafia siciliana). Poletti sembra cioè ritagliarsi un ruolo da efficiente e pragmatico deus ex machina: trovati i vertici del Comitato di Liberazione in preda all’angoscia per quello che stava succedendo in Piazzale Loreto consigliò di prendere la cosa con filosofia (“È fatta ormai”), ma suggerì anche di porre fine allo strazio portando i cadaveri in un obitorio.

In successive interviste Poletti rievoca gli avvenimenti in termini molto simili, arrivando addirittura a giustificare di fronte a uno sconfortato Parri la reazione della folla (“penso che dovremmo comprendere questo tipo di comportamento dopo tutte queste emozioni represse e le sofferenze della gente sotto il fascismo e il nazismo”) ma anche con una divertente variazione: “In ogni modo, per evitare che continuasse la gazzarra intorno agli impiccati, domandai di vedere Parri […]. Lo trovai sconvolto e preoccupato. ‘Quei cadaveri – gli dissi – bisogna farli sparire al più presto. Non posso tollerare che il furore del popolo vada al di là di certi limiti e sconfini in una sarabanda africana’”, dove troviamo quindi che la “macelleria messicana” si è trasformata in una sincretistica “sarabanda africana” e soprattutto dove a pronunciare la frase è adesso Poletti e non più Parri (cfr. Charles Poletti, Charles Poletti. “Governatore d’Italia”, a cura di Lamberto Mercuri).

Se proviamo a decifrare il sottotesto ideologico (cosa del resto non difficile) è evidente la volontà da parte di Poletti di presentare il governo italiano come disorganizzato, incapace di affrontare la situazione e di gestirla persino da un punto di vista emotivo, nel mentre gli alleati americani si dimostrano in grado di comprendere i moventi della folla ma anche di porvi rimedio. Non sarebbe quindi sconvolgente se scoprissimo che la sconnessa espressione attribuita a Parri fosse una deliberata invenzione di Poletti. Frasi diverse ma somiglianti si trovano comunque formulate anche altrove: per esempio nel 1949 sul periodico La Settimana Incom l’episodio di Piazzale Loreto venne definito dal giornalista Gaetano Baldacci un “macello da Termidoro” (cfr. il bel volume di Sergio Luzzatto Il corpo del Duce), espressione decisamente meno ambigua e più comprensibile che allude agli eccessi e alle ghigliottine della Rivoluzione Francese (anche se il Termidoro fu, per la precisione, il colpo di stato che mise fine al periodo del Terrore di Robespierre).

Ma assumendo invece che la frase sia stata davvero pronunciata, e pronunciata da Parri, vorrei proporre la mia personale teoria, consapevole che si tratta di una labilissima ipotesi praticamente priva di fonti e supporto empirico, ma che mi sembra almeno godere del vantaggio di avere un senso. Per illustrarla al meglio, credo che occorra fare ancora qualche passo indietro, e parlare degli episodi che precedettero i fatti di Piazzale Loreto nel ’45. Quel posto infatti aveva una certa tradizione in fatto di macelleria.

Come noto il luogo in cui scaricare e abbandonare il cadavere di Mussolini, che era stato fucilato il giorno prima, non venne scelto a caso ma aveva un valore simbolico. L’anno prima, il 10 agosto del 1944, e proprio nello stesso angolo della piazza, erano stati fucilati 15 partigiani i cui corpi scomposti vennero poi lasciati esposti all’aperto per l’intera giornata e sotto la calura estiva, ricoperti di mosche, sorvegliati da un plotone di militi fascisti. L’atto voleva essere a sua volta una rappresaglia per un attentato (mai rivendicato da nessuno) che era avvenuto un paio di giorni prima contro un camion tedesco nelle vicinanze, attentato che aveva ferito solo un soldato tedesco e ucciso sei cittadini milanesi. Siamo cioè di fronte a una sorta di rituale consolidato le cui origini si perdono nella notte dei tempi: l’esposizione dei cadaveri (o parti di essi) a scopo intimidatorio e come gesto simbolico di supremo disprezzo nei confronti del nemico, trattato letteralmente come un animale da macello. Nel periodo che precedette la liberazione italiana episodi simili, perpetrati come rappresaglia dalle truppe nazifasciste, furono purtroppo abbastanza frequenti.

Prima ancora della Seconda Guerra Mondiale, nel 1920, Piazzale Loreto era stato il teatro di un altro episodio cruento: in quell’occasione una folla di manifestanti anarchici aggredì il brigadiere dei carabinieri Giuseppe Ugolini, che tentò di reagire sparando ma venne linciato. L’autopsia stabilì che nel corso dell’aggressione gli erano state amputate quattro dita. Per una straordinaria coincidenza a commentare l’episodio fu proprio Benito Mussolini dalle pagine del Popolo d’Italia, con parole che avrebbero potuto benissimo riferirsi al suo destino 25 anni più tardi: “La storia italiana non ha episodi cosi atroci come quello di piazzale Loreto. Nemmeno le tribù antropofaghe infieriscono sui morti. Bisogna dire che quei linciatori non rappresentavano l’avvenire, ma un ritorno all'uomo ancestrale (che forse, era moralmente più sano dell’uomo civilizzato)”.

Al di là della coincidenza, è interessante (ed è un indizio) come il primo paragone che viene in mente a Mussolini, sia pure per respingerlo, è quello con le “tribù antropofaghe”. Se nemmeno esse, comunque, arrivano a tali livelli di ferocia, è certo che tali comportamenti rappresentano “un ritorno all’uomo ancestrale” in opposizione all’uomo civilizzato. È interessante anche perché Mussolini ha ovviamente torto, al confine con la malafede, quando afferma che la storia italiana non conosce episodi così atroci (per fare un solo esempio, si potrebbe citare la morte di Jacopo de’ Pazzi dopo la congiura dei Pazzi e il suo trattamento post-mortem). A quanto pare quando si ha a che fare con una realtà sgradevole, e prossima, si preferisce evocare come termini di paragone popoli lontani nel tempo e nello spazio, piuttosto che esempi più vicini e immediati.

Riassumendo, abbiamo a che fare con un comportamento rituale, potremmo anche dire di tipo sacrificale, codificato forse anche a livello inconscio nella cultura popolare che – in particolari occasioni e con il giusto stimolo – è in grado di rispolverare tradizioni che sembrano dimenticate, ma che al tempo stesso evoca la barbarie assoluta, ciò che è più distante da noi e dalla nostra cultura. Si potrebbe obiettare come l’esposizione del cadavere di Mussolini fu in realtà una sorta di necessità logistica, per tenere sotto controllo una folla che si accalcava sempre di più per vederne il corpo steso e rischiava di schiacciarlo, ma simili considerazioni di razionalità potrebbero valere per molti rituali apparentemente selvaggi.

Per tornare a Parri, e per concludere, prima della guerra era stato un insegnante di storia e geografia al liceo. Ci potremmo chiedere quale Messico gli era più familiare, se quello temporalmente vicino di Pancho Villa ed Emiliano Zapata o quello, ben più anteriore, di Cortés e Montezuma. Gli Aztechi identificavano loro stessi col nome di “Mexica”, mentre il termine col quale li conosciamo oggi è stato coniato, allo scopo di distinguerli dai moderni messicani, da Alexander von Humboldt all’inizio dell’Ottocento. In ogni caso le narrazioni che parlano della conquista dell’impero azteco da parte degli spagnoli portano spesso, nel titolo, la parola “Messico”, come nel caso del monumentale La conquista del Messico di William Prescott scritto nel 1843, uno dei libri più popolari sull’impresa di Cortés e degli spagnoli.

Ci sono poi i libri scritti dei conquistadores stessi, come Cortés e Bernal Díaz del Castillo. In questi resoconti Parri avrebbe potuto benissimo trovare descrizioni di “macellerie messicane” che ben si adattavano a quel che intendeva esprimere. Una delle caratteristiche del popolo azteco che meglio si è impressa nella cultura popolare infatti è proprio il sacrificio umano su grande scala, probabilmente anche esagerato, nella sua estensione, dai primi cronisti. Ne La conquista del Messico di Bernal Díaz del Castillo si possono leggere brani come: “ogni giorno sacrificavano davanti a noi tre, quattro, o anche cinque indiani, e ne offrivano i cuori ai loro idoli, e lordavano di sangue le pareti degli oratori, e gli tagliavano le gambe, le braccia, e le cosce, e se le mangiavano come da noi si mangia la carne nelle macellerie”.



Né mancano gli scritti in italiano, come Gli Antichi Messicani di Carlo Cattaneo che abbonda di particolari splatter: “un prigioniero veniva afferrato e prosteso supino sulla pietra del sacrificio e tenuto fermo da quattro sacerdoti per le braccia e le piante, mentre un quinto gli premeva la gola con un giogo di legno in forma di serpente. Allora il sommo sacerdote, con un coltello di pietra ossidiana, specie di vetro vulcanico assai tagliente, gli fendeva a traverso il petto […]. Poi gettavano il cadavere, giù per le scale grondanti di sangue, ai devoti che seduti l'aspettavano e se lo recavano sulle spalle alle orride cene […] Le carni umane, consacrate dall'orribile sacrificio, venivano divise a tutte le famiglie, sicché tutti i credenti in quella tremenda fede vi partecipassero; e abbrustolate, venivano poste sopra polente di mais, e senza miscela di profani intingoli, ingoiate”. A proposito dei cadaveri dei gerarchi fascisti, riporta ancora Luzzatto che fra i commenti della folla ve n’erano anche riguardanti la floridezza delle carni delle vittime (“sono belli grassi”): si tratta solo di una critica sociale (loro ingrassano mentre il popolo deperisce) o c’è anche una connotazione cannibalistica?

Per quanto riguarda l’esibizione dei resti, possiamo ricordare gli tzompantli, che erano intelaiature di legno, nei quali i teschi dei nemici e delle vittime sacrificali venivano allineati per essere esposti pubblicamente. Nella rastrelliera presente nella piazza principale di Tenochtitlàn vi erano migliaia di teschi, forse 60.000, anche se tali numeri vanno sempre accolti con diffidenza. Ancora oggi comunque un certo ricordo dei macabri sacrifici permane, in Messico, attraverso l’uso di fabbricare i calaveras, teschi di zucchero che vengono regalati in occasione del giorno dei morti. Anche lo scempio di Piazzale Loreto trova un seguito simbolico fino ai nostri giorni, tramite la memificazione del corpo appeso di Benito Mussolini.



Ferruccio Parri, parlando di macellerie messicane, alludeva ai sacrifici umani praticati dagli aztechi? Probabilmente non lo sapremo mai. Inoltre mi rendo conto che si potrebbe anche reagire, ad una simile ipotesi, con un sonoro “chi se ne frega” ma concepisco questo mio post come un minuscolo contributo alla storia del “selvaggismo” (savagism), ovvero la costruzione dell’identità dell’altro, in particolare delle popolazioni considerate più lontane ed esotiche, proiettandovi le caratteristiche più odiate della nostra stessa cultura (è un tema di cui mi sono occupato recentemente, e un po' più seriamente, in questo articolo). Come riferimento o precedente bibliografico, potrei citare un capitolo di Cannibal Talk dove l’antropologo Gananath Obeyesekere analizza un episodio di linciaggio avvenuto nella Francia del 1870 (al centro di un libro di Alain Corbin, Le village des cannibales) per mostrare come nella Francia moderna continuino a viaggiare, in maniera sotterranea ma per emergere talvolta in maniera improvvisa, pensieri e ansie associati allo smembramento corporale e al cannibalismo tipico dei “selvaggi”.

Cacucci non ha tutti i torti: le parole di Parri (ammesso che le abbia dette davvero) sarebbero davvero e in ogni caso fuori luogo, nello stigmatizzare un popolo e attribuirgli una violenza che appartiene tutta a noi (anche considerando che la vera macelleria, in America, è semmai stata quella degli europei contro gli indigeni). In questo senso dobbiamo concordare con la definizione che Giorgio Bocca diede di Piazzale Loreto (o almeno con la seconda parte della definizione): “un atto rivoluzionario su cui si farà dell’inutile moralismo”.


Aggiornamento: dalla discussione su Facebook sono emerse altre due ipotesi che mi pare giusto menzionare.
1) le “macellerie messicane”, nel senso di slaughterhouse, avrebbero avuto una brutta nomea negli Stati Uniti a causa dell’abitudine dei messicani di mangiare carne di cavallo, alimento tabù per gli statunitensi; questo potrebbe essere un indizio a favore dell’ipotesi per cui l’espressione è stata inventata da Charles Poletti.
2) facendo una ricerca sull’espressione francese “boucherie mexicaine” è emersa una citazione di Léon Degrelle (altra particolarissima figura, che potrebbe aver ispirato il personaggio di Tintin) dove si parla delle persecuzioni antireligiose in Messico; ne prendo atto ma la considero allo stesso livello di probabilità, come possibile ispirazione di Parri, dell’ipotesi Fort Alamo.

(grazie alla nonna di peter per la consulenza)

venerdì 14 aprile 2017

le migliori frasi di Albert Einstein



Una volta Albert Einstein ricevette la visita di un professore universitario, che era andato da lui per interrogarlo sulla teoria della relatività. Einstein servì il tè. Colmò la tazza del suo ospite, e poi continuò a versare. Il professore guardò traboccare il tè, poi non riuscì più a contenersi. “È ricolma. Non ce n’entra più!”. “Come questa tazza” disse Einstein “tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti la relatività, se prima non vuoti la tua tazza?”. 

“Per mettere il mondo in ordine, dobbiamo mettere la nazione in ordine. Per mettere la nazione in ordine, dobbiamo mettere la famiglia in ordine. Per mettere la famiglia in ordine, dobbiamo coltivare la nostra vita personale. Per coltivare la nostra vita personale, dobbiamo prima mettere a posto i nostri cuori” (dalla lettera di Albert Einstein a Franklin Delano Roosevelt del 7 maggio 1940).


Una volta un giornalista chiese ad Albert Einstein se non si sentisse responsabile degli orrori di Nagasaki e Hiroshima. Il celebre scienziato, dopo aver a lungo meditato, rispose: “Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda! Se la teoria della relatività non è stata che morte e distruzione, e non invece una passione superba della migliore gioventù accademica, a me la colpa! Se la fisica teorica è stata un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere! Se tutte le violenze sono state il risultato di un determinato clima storico, politico e morale, ebbene a me la responsabilità di questo, perché questo clima storico, politico e morale io l’ho creato con una teoria scientifica!”.


Si racconta che Einstein usasse per scrivere ed elaborare le sue teorie soltanto dei fogli di carta, una matita, e un cestino, dormendo nel suo laboratorio; quando un giorno vide un filosofo fare lezione. Allora tornato nel suo laboratorio gettò via il cestino esclamando “un gentile mi ha dato una lezione di semplicità”. Quel filosofo era Martin Heidegger.


Quando gli chiesero come stava in seguito alla morte della moglie, Albert Einstein rispose: “Se ti affezioni ad una pentola, pur sapendo che è di terracotta, non ti lamentare se si rompe. Nello stesso modo, quando baci tua moglie o tuo figlio, di' sempre a te stesso che stai baciando un mortale, affinché, se poi muoiono, tu non abbia a rimanere sconcertato”.


Albert Einstein, quando insegnava a Princeton, usava iniziare la prima lezione dell’anno accademico con queste parole: “A che cosa possiamo paragonare la teoria della relatività? Come possiamo descriverla? Essa è come un granellino di senape che, quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti semi che sono sulla terra; ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra”.


“Se mi conficchi un coltello nella schiena per ventitré centimetri e ne tiri fuori quindici, non c'è stato un miglioramento. Se lo tiri fuori del tutto non c'è stato un miglioramento. Il miglioramento è curare la ferita che il colpo ha causato. E loro non l'hanno neanche tirato fuori il coltello, neanche a parlarne di curare la ferita. Loro non ammetterebbero neanche l'esistenza del coltello” (dichiarazione di Albert Einstein alla polizia dopo essere stato accoltellato da un gruppo di fanatici antisemiti nel 1937).


“Noi ora siamo più popolari di Gesù, non so cosa finirà prima, se la teoria della relatività o il cristianesimo”, rispose Einstein nel 1966 a un giornalista che gli chiedeva di commentare la sua fama.  


“Il povero ha un odore diverso dal ricco, molto più forte, vicino a quello del nero” (Albert Einstein in un fuori-onda durante un'intervista alla BBC del 1945).