lunedì 21 novembre 2016

Riforma costituzionale. Una guida per i perplessi



Ho deciso di scrivere un piccolo vademecum sulla riforma costituzionale che sarà sottoposta all’approvazione popolare il prossimo 4 dicembre. Con qualche imbarazzo: non sono un esperto di diritto costituzionale ma solo un cittadino talvolta appassionato di politica, fortemente favorevole alla revisione proposta. La maggior parte dei miei potenziali lettori e contatti del resto credo sia già abbastanza informata, ma se riuscissi ad essere utile anche a una sola persona e dissipare qualche dubbio, magari contrastando gli effetti di una cattiva propaganda, avrei già raggiunto il mio scopo.

La guida avrà il formato di una serie di obiezioni con relative risposte. È fatta per chi già ne ha letto e sentito qualcosa, per cui molte cose vengono date per scontate, ma orientata a replicare alle principali critiche diffuse in questi giorni. Potrebbe essere aggiornata nei prossimi giorni via via che mi vengono in mente altre questioni. Andiamo subito al dunque:

Un Parlamento illegittimo votato tramite una legge incostituzionale non dovrebbe scrivere riforme così importanti e delicate che definiscono l’assetto del nostro sistema politico.

Cominciamo subito male perché questa non è certo un’obiezione nel merito della riforma. Comunque, la sentenza della Corte che ha sancito l’incostituzionalità del cosiddetto Porcellum in realtà ha anche stabilito in maniera inequivocabile, nelle motivazioni, che il Parlamento eletto con quella legge è pienamente legittimato a operare, senza alcuna distinzione in merito al tipo di atti ai quali si estende questo giudizio di legittimità (qui si può leggere il testo della sentenza). Resta certamente un dubbio sull’opportunità politica, soggettivamente valutabile. Ritengo in ogni caso che la questione trovi un suo scioglimento proprio nel referendum confermativo; ovvero, puoi avere centinaia di ragioni per votare no, ma non venirmi a dire che saresti favorevole se solo fosse stata approvata in modo diverso, visto che alla fine sei proprio tu a decidere.

Non voglio votare una riforma firmata da sinistri personaggi come Verdini!

Di bene in meglio… Neanche questa volta entriamo nel merito ma rispondo ugualmente. Probabilmente hai sentito centinaia di volte l’espressione “riforma Renzi-Boschi-Verdini” quindi non ti posso biasimare se alla fine ti sei convinto che Denis Verdini abbia preso parte al processo di scrittura della riforma. Peccato che sia falso. La riforma è stata scritta dagli uffici del Ministero per le Riforme (di cui è a capo Maria Elena Boschi) tenendo conto del lavoro della commissione di 35 esperti nominata dal precedente governo Letta (con a capo Gaetano Quagliarello). È stata poi sottoposta più volte alla Camera e al Senato subendo varie modifiche grazie al lavoro di più persone (particolarmente incisivi i contributi di Anna Finocchiaro e Roberto Calderoli). Non risulta un solo emendamento presentato da Verdini. Naturalmente ha preso parte alle votazioni, ma in tutta sincerità non credo che ti convenga farne una questione di cattive compagnie. Qui un approfondimento.

È una riforma dettata dalla banca Jp Morgan e dai poteri forti internazionali!

Senti, io sto cercando di non trattarti come un minus habens, ma tu mi devi un po’ aiutare. Diciamo che se sei sensibile a questo tipo di propaganda allora non c’è nulla che io possa fare per te e possiamo anche salutarci.

Un momento. Non dico che sia stata veramente dettata dalle banche in una riunione segreta del Bilderberg, ma è chiaro che esiste un interesse degli attori economici internazionali per l'assetto istituzionale del nostro paese.

Messa così, convengo che non è più una assurda tesi complottista ma solo perché diventa una banale ovvietà. Cosa dovremmo fare? Cercare di scoraggiare chi è disposto a investire nella stabilità finanziaria e politica del nostro paese solo per la soddisfazione di dimostrare che siamo autonomi e sovrani?

È una riforma voluta dalla sola maggioranza di governo senza cercare le larghe intese che sarebbero auspicabili per questo tipo di intervento.

Se hai letto l’approfondimento che ho linkato poco fa dovresti accorgerti che in realtà l’iter della riforma è partito grazie a un consenso larghissimo e trasversale. Per molto tempo, anzi, il premier Matteo Renzi è stato criticato a sinistra proprio per aver cercato e creato un’intesa sulle riforme con il principale leader dell’opposizione, Silvio Berlusconi. Questo accordo è venuto meno per motivi che appaiono molto più legati a questioni di politica occasionale che per il contenuto della riforma, ma non sembrava un buon motivo per buttare via il lavoro fatto, tanto più che vale il discorso precedente: la decisione finale spetta al popolo tramite il referendum, non a questa maggioranza.

Sono favorevole al cambiamento ma non a ogni costo. Meglio nessuna riforma che una riforma fatta male!

E io sono certamente d’accordo. Non è detto che qualsiasi riforma debba essere migliorativa dell’assetto attuale: ad esempio ritengo che quella che una decina di anni fa fu proposta da Berlusconi fosse troppo sbilanciata in senso presidenziale e giustamente bocciata. Detto questo, tuttavia, non si è ancora dimostrato che questa riforma sia peggiorativa. Io credo invece che, sebbene non perfetta, costituisca un cambiamento in meglio.

Lo ammetti anche tu che non è perfetta. Perché non è stata fatta meglio?

Sono sicuro che tu hai mente una riforma perfetta. Forse anch’io, ma dubito che coincidano del tutto. Se ciascuno di noi votasse solo ciò che lo convince in maniera totale temo che qualsiasi provvedimento riceverebbe un solo voto: quello di chi lo propone. Non si diceva, piuttosto, che occorre cercare il coinvolgimento di un’ampia maggioranza? Allora bisogna mediare e trovare compromessi.

Non era meglio abolire del tutto il Senato?

Forse sì, forse no, vedi sopra. Ma sono convinto che se fosse stato fatto gli strilli di quelle stesse persone che fanno quest’obiezione si sarebbero sentiti fin su Marte. In realtà non trovo inutile, pur nel superamento del bicameralismo paritario, un ulteriore controllo su alcune tipologie di provvedimenti, quindi con una partecipazione non limitata alla sola Camera. Questo anche per superare i timori di una presunta deriva autoritaria.

Il Senato non sarà elettivo! Veniamo privati del nostro diritto di scegliere i rappresentanti!

Se decidiamo di privare il Senato della maggior parte delle sue funzioni, e in primis quella di dare la fiducia all’esecutivo, allora l’elezione diretta non ha senso. Sarebbe piuttosto un vulnus alla democrazia se un’assemblea così composta, espressione diretta della volontà popolare, non potesse sfiduciare un governo, ma allora si tornerebbe al bicameralismo paritario. I senatori saranno comunque persone elette in secondo grado, scelte cioè fra i sindaci e i consiglieri regionali. Ma c’è di più (e forse anche troppo, vista la premessa appena fatta): l’articolo 57 della nuova Costituzione prevede che i senatori vengano scelti dai Consigli regionali “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi”, vale a dire che quando i cittadini sceglieranno i consiglieri regionali sapranno già di contribuire all’elezione dei senatori, scelti automaticamente in base ai voti ricevuti in quell’occasione.

Ma occorre una legge ulteriore da approvare dopo la riforma.

Certo, nel nostro ordinamento come in altri esiste una rigida gerarchia delle fonti. La Costituzione si limita a fissare i principi generali, l’implementazione di questi principi è poi rimandata a leggi più specifiche. Le leggi elettorali, che regolano la composizione di Camera e Senato, sono sempre state leggi ordinarie (e meno male, visto che almeno una era particolarmente brutta e poi giudicata incostituzionale).

Non mi fido!

E cosa vuoi che ti dica? Potevi evitare la fatica di leggere fin qui. Comunque potresti almeno fidarti del testo della Costituzione, che è vincolante per qualsiasi governo che venga anche dopo di questo.

I senatori godranno dell'immunità.

Come adesso.

Ma questo vuol dire che saranno mandati in Senato tutti i consiglieri regionali e i sindaci che avranno qualche problema di giustizia.

Non è quel che prevede il testo della riforma, come si diceva sopra in merito alle modalità di elezione dei senatori, ma una pura illazione. In ogni caso se occorre valutare ogni provvedimento in base alle ossessioni paranoico-giustizialiste del "Fatto quotidiano" sono d'accordo che è meglio lasciar perdere.

L’articolo 70 è scritto troppo difficile, non si capisce niente!

Effettivamente, non è semplice. Ma quello precedente si limitava a dire che Camera e Senato svolgono le stesse funzioni. La distinzione fra i due rami impone per forza di cose un certo tecnicismo. In ogni caso che sia difficile non significa che chi intende criticarlo non sia tenuto a capirlo.

Il ping-pong fra Camera e Senato non sparisce affatto. Il Senato dovrà decidere su moltissime leggi.

Le leggi pienamente bicamerali, che vedono la partecipazione congiunta di Camera e Senato, rappresentano il 3% appena del totale, secondo un calcolo effettuato in base alle leggi approvate negli ultimi anni. Vedi questo approfondimento. Per la maggior parte del tempo il Senato avrà poteri solo consultivi, ovvero potrà (se vuole) suggerire delle modifiche entro un determinato periodo, che la Camera sarà libera di accettare oppure no.

Ma ci saranno un sacco di conflitti di competenze. Come si deciderà quali leggi sono monocamerali e quali sono bicamerali?

Ti sei appena lamentato della lunghezza e della difficoltà dell’articolo 70, che riguarda proprio questo. A cosa credi che servano tutti quei commi?

Ma lo dice anche il testo che eventuali conflitti di competenze saranno decisi di accordo fra i presidenti delle camere. Vuol dire che i conflitti sono previsti. E se poi non trovano l’accordo?

Non puoi criticare la Costituzione perché prevede delle norme di chiusura nel caso in cui si verifichino casi di incertezza non previsti dalla carta. Sapessi quanto è ambiguo il  testo entrato in vigore nel 1948. Decidono la prassi costituzionale e i regolamenti parlamentari.

Sindaci e consiglieri regionali hanno già il loro lavoro da fare. Come potranno svolgere bene entrambe le funzioni?

Prima di tutto, in quanto rappresentanti dei territori, dovranno decidere in questioni che ricadono direttamente sotto la loro competenza, quindi si tratta sempre del loro lavoro. Per quanto riguarda le leggi di natura costituzionale o l’elezione del presidente della Repubblica, poi, si tratta di un onore e non un onere. Mettiamola così: anche tu hai già un lavoro, però non consideri certo un oltraggio l’essere chiamato a decidere, fra poco, sulla riforma costituzionale.

Gli Statuti delle ragioni a statuto speciale prevedono l’incompatibilità fra la carica di consigliere regionale e senatore. La Sicilia e la Sardegna rimarranno senza rappresentanti in Senato!


Però non è vero che noi facciamo poche leggi, ne facciamo pure troppe e in tempi anche piuttosto rapidi rispetto alla media europea. Leggi queste statistiche!

È abbastanza vero, ma occorre andare oltre al dato meramente quantitativo. Molte delle leggi approvate sono di importanza relativa, mentre potrebbero darsi dei casi in cui il Parlamento non riesca ad approvare proprio un provvedimento di natura particolarmente sensibile. Mi vengono in mente alcuni esempi passati.

Ma il motivo per cui il Parlamento spesso non riesce ad approvare le leggi dipende da cause direttamente politiche, non legate al funzionamento delle istituzioni. Non occorre riscrivere la Costituzione, occorre scegliere politici migliori.

Auguri. Ma cosa mi stai dicendo, esattamente? Che se tutti i parlamentari andassero sempre d’amore e d’accordo allora anche l’iter delle leggi sarebbe molto più rapido? Ma dai. Intanto che cerchiamo di raggiungere questo stato di perfezione la Costituzione riformata può fornire un aiutino. Ti svelo anzi un segreto: le costituzioni servono proprio a rimediare ai difetti degli esseri umani.

Non mi piace una riforma che aumenta i poteri dell’esecutivo rispetto al Parlamento!

Ecco, riguardo alle statistiche che mi dicevi prima, una buona percentuale di leggi approvate sono trasformazioni in legge di decreti del governo, molte altre vengono approvate tramite la fiducia. Ora, quante volte ti sei lamentato dell’abuso di questi due strumenti, che tendono a spogliare il Parlamento delle sue funzioni? In realtà la riforma tende a ridare dignità proprio al Parlamento, permettendogli di funzionare meglio senza il doppione della Camera rappresentato dal Senato, e anche limitando l’abuso della decretazione d’urgenza. Su questo tema, puoi leggere quest’articolo.

E il combinato disposto della riforma unita alla legge elettorale? A me non piace l’Italicum.

Se è falso che questa riforma contenga dei rischi di deriva autoritaria allora il combinato disposto con l’Italicum (o addirittura col Porcellum) non può essere peggiore del combinato disposto creato dall’Italicum e dalla costituzione vigente. Anzi, come dicevo la riforma aumenta le prerogative del Parlamento rendendolo effettivamente in grado di rappresentare la volontà popolare.

Passiamo ad altro. Il Presidente della Repubblica, dal quarto scrutinio in poi, potrà essere eletto dai 3/5 dei componenti dell’aula invece che dai 2/3. Perché quest’accelerata? Io voglio che il Presidente venga eletto con la più larga intesa possibile.

Guarda che nel sistema attuale dopo il terzo scrutinio basta la maggioranza semplice.

Ah già, è vero. Però dalla settima votazione basteranno i 3/5 dei votanti, non più dei componenti. È allora possibile che una piccolissima minoranza di persone, se tutti gli altri escono dall’aula, possa eleggere il presidente.

No, santo cielo, rimane il quorum della metà dei componenti più uno necessario a rendere valida una qualsiasi votazione, quorum di 366 persone.

I 3/5 di 366 è 220, che su un totale di 730 aventi diritto rimane pur sempre una minoranza che potrebbe essere in grado di eleggere il presidente.

Sì, ma è anche imbarazzante che persone normalmente dotate di intelligenza non si siano rese conto che una situazione che può verificarsi soltanto nel caso in cui quasi tutti escano dall’aula non è certamente a tutela della maggioranza di governo, ma della minoranza. Ma poniamo pure il caso estremo in cui tutti gli assenti siano malati, o peggio ancora siano stati arrestati dalla polizia. Beh, c’è una cosa che chi rimane può ancora fare per impedire il colpo di mano: assentarsi anche lui e non far raggiungere il quorum minimo per la validità del voto.

I risparmi che ci si attende da questa riforma sono irrisori. Se si voleva risparmiare davvero occorrevano ben altri interventi.

Sono abbastanza d’accordo. Quello del contenimento dei costi non è certamente il migliore dei motivi per votare sì. Tuttavia, il risparmio esiste. Se avere due camere che fanno esattamente la stessa cosa comporta, oltre all’inefficienza del procedimento legislativo, anche uno spreco di soldi pubblici non si capisce davvero come questo spreco possa essere giustificato e mantenuto in base alla ragione che non è poi così grande.

Viene limitato il potere del popolo aumentando le firme necessarie per proporre una legge d’iniziativa popolare, da 50.000 a 150.000.

Vero, ma si impone anche l’obbligo di discussione in Parlamento. Prima alla estrema facilità con cui una proposta di legge d’iniziativa popolare poteva essere depositata alle camere corrispondeva la quasi certezza che venisse ignorata del tutto e nemmeno discussa. Con la riforma questo non succederà più ma siccome i nostri parlamentari vengono pagati con i nostri soldi forse è meglio non far loro perdere troppo tempo dietro a proposte firmate da un numero assolutamente esiguo di persone.

Ma anche con l’obbligo di discussione questo non vuol mica dire che poi la proposta di legge sarà approvata.

E vorrei anche vedere. Ti ricordo che anche secondo l’attuale Costituzione che sostieni di voler difendere la funzione legislativa spetta al Parlamento.

L'articolo 117 della nuova Costituzione ci obbliga a seguire gli ordini di Bruxelles!

Il nuovo articolo 117, in quella parte, è identico al precedente salvo che c'è scritto che la potestà legislativa è esercitata da Stato e Regioni nel rispetto dei vincoli derivanti "dall'ordinamento dell'Unione Europea" invece che "dall'ordinamento comunitario". È un semplice aggiornamento lessicale perché quella che prima era la Comunità Europea è diventata Unione Europea.

Ma l'Unione Europea è qualcosa di più dell'ordinamento comunitario, è una vera e propria entità statuale dotata di autonoma sovranità. Sottomettendoci ad essa non possiamo che rinunciare a una parte della nostra sovranità.

Che, di nuovo, è quanto già accade. Ma non perché c'è scritto nell'articolo 117. In realtà le limitazioni di sovranità sono addirittura contenute nei principi fondamentali della carta, nell'articolo 11. Qui è scritto che l'Italia "consente, in condizione di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo". Nell'inserire questo articolo i costituenti avevano già in mente il sogno di un'Europa unita. Ed è il motivo per cui, nella prassi costituzionale, le leggi comunitarie o derivanti dagli accordi internazionali hanno già un rango superiore a quello delle leggi ordinarie (ma comunque non superiore alla Costituzione). Quindi se vuoi davvero difendere la Costituzione lo stai facendo sbagliato.

Comunque le Regioni perderanno un sacco di poteri.

Effettivamente con questa riforma si tenta di rimediare ad alcune conseguenze indesiderate della riforma del titolo V avviata nel 2001, e in particolare l'indecisione riguardo alle materie che erano considerate "concorrenti" (di competenza sia dello Stato che delle Regioni), riportandone alcune sotto la competenza esclusiva dello Stato. Indecisione che aveva moltiplicato il numero di ricorsi alla Corte Costituzionale, con gravi perdite di tempo e di soldi (questa potrebbe anche essere la voce principale di risparmio, a proposito di contenimento dei costi).

Quindi il governo centrale potrà gestire i suoi malaffari e costruire quello che vuole senza che i locali possano dire niente!

Potrebbe anche valere il viceversa. Se prima venti Regioni avevano potere di veto su molte iniziative del governo, in modo tale che era quasi impossibile fare qualcosa se non in cambio di trattative estenuanti, favori, e clientelismi locali, adesso è lo Stato che potrebbe impedire sciagurate iniziative regionali magari avviate all'insegna di interessi non sempre limpidi.

Voglio mandare a casa Renzi!

Legittimo. Di solito queste cose si decidono alle elezioni politiche.

Ah, non fare il furbo, è stato lui a personalizzare il referendum!

Beh, la riforma porta il suo nome, difficile non personalizzare. L’opposizione avrebbe personalizzato comunque, e naturalmente lo ha fatto.

Ma Renzi ha detto che si sarebbe dimesso in caso di vittoria del no.

Forse è stato un errore di comunicazione, ma se vuoi venirmi a raccontare che invece dovrebbe rimanere comunque in carica allora sei Pierluigi Bersani.

La mucca è nel corridoio, siamo mica qui per rompere le noci a Cip e Ciop.

Ecco, lo sapevo…

mercoledì 17 febbraio 2016

il mondo della vita agra



“Cosa si intende quando si dice che il governo deve istruire le persone? perché dovrebbero essere istruite? a cosa serve l'istruzione? Ovviamente a rendere le persone adatte alla vita sociale – a renderle dei buoni cittadini. E chi decide cos’è un buon cittadino? Il governo: non c’è altro giudice. Quindi la proposizione si può rendere così: un governo deve modellare i fanciulli trasformandoli in buoni cittadini, usando la sua  discrezione nello stabilire cos’è un buon cittadino e il modo in cui deve avvenire il passaggio da fanciullo a buon cittadino” (H. Spencer, Social Statics, 1851).  
L’eterna polemica su cosa sia meglio privilegiare fra cultura umanistica o cultura scientifica, fra liceo classico o scientifico, fra formazione teorica e intellettuale orientata al pensiero critico oppure pratica e manageriale finalizzata all’ingresso nel mondo del lavoro – polemica che in questi ultimi giorni è stata alimentata dal filosofo Umberto Galimberti nella sua rubrica su "D" di "Repubblica" – è naturalmente una falsa alternativa, dal momento che assume che ci sia qualcuno – diverso dal protagonista della formazione, il discente – che debba scegliere, che debba privilegiare l’una o l’altra idea di formazione e di scuola. 

La mia idea, come vado ripetendo ai miei 25 lettori da un paio d’anni a questa parte, è che la scuola e il sistema formativo non abbisognino di una riforma scritta da un manipolo di “saggi” nominati da un ministero i quali grazie alla loro lungimiranza ed esperienza sappiano individuare quelle che sono le necessità formative del presente e del futuro della società. Temo infatti che una tale “sapienza” sia impossibile da avere, così come in generale sono destinati a fallire tutti i disegni di ingegneria sociale calati dall’alto della politica, i vari tentativi di “aggiustare” la società come se fosse un semplice macchinario da oliare, e non un aggregato ingestibile formato da miriadi di volontà proprie. Come in molte altre cose, più che una riforma servirebbe un radicale smantellamento del sistema dell’istruzione pubblica, cominciando ovviamente dall’abolizione dell’obbligo scolastico. 

Si potrebbe pensare che sia sufficiente un ampliamento dell’offerta: in fondo oggi si può scegliere, appunto, fra classico, scientifico, o tecnico. Proprio le eterne polemiche dimostrano però che per quanta libertà si possa concedere al consumatore sia pur sempre presente e pervasivo un progetto di condizionamento delle scelte degli attori sociali, un inevitabile indirizzamento delle risorse economiche – pubbliche – in particolari direzioni a seconda dell’ideologia politica o dei paradigmi psico-pedagogici al momento in voga. Tutto, al di fuori dell’autodeterminazione e del libero mercato dell’offerta formativa, possibili solo impedendo allo stato di decidere al posto nostro su cosa è meglio per noi studiare e sapere. 

Detto questo, e se proprio dovessimo rimanere all’interno delle alternative classiche, trovo particolarmente irritanti le strategie argomentative volte a delegittimare i tentativi di adeguare, almeno, l’offerta formativa a quelle che sono le necessità del mercato del lavoro (non che la cosa possa davvero riuscire, come dicevamo sopra). Cosa della quale l’articolo di Galimberti offre un esempio piuttosto significativo, nella trasparenza con cui dietro l’apparenza della retorica emancipatoria e progressista emerge il disegno ideologico classista e repressivo. 

Questo spiega per esempio perché assistiamo a un’iscrizione in massa al liceo scientifico, rispetto al liceo classico, nell’ingenua supposizione che quest’ordine di studi addestri meglio la mente al mondo della scienza e della tecnica, che è diventato per noi oggi l’unico mondo, a scapito del modo della vita. Chiamo mondo della vita quel mondo dove fanno la loro comparsa arte, letteratura, cinema, teatro: in una parola la cultura, che poi è l’unico tratto per cui l’uomo si distingue dalla bestia. «Con la cultura non si mangia», diceva un nostro ministro dell’economia. Non è vero, ma anche se lo fosse, crediamo sul serio che un popolo possa migliorare e crescere, anche economicamente, senza cultura? 

Sostanzialmente Galimberti sostiene che è vera cultura solo ciò che è inutile, ciò che non serve a niente e che deve essere gustato solo in quanto fine a se stesso, per la sua bellezza intrinseca. In realtà, e a quanto pare totalmente privo di vergogna, egli vorrebbe addirittura insinuare che solo così, occupandoci dell’inutile, otterremo la chiave per dominare l’universo anche nei suoi aspetti più volgarmente pratici, mentre il mondo della tecnica continuerà gelosamente a custodire i suoi segreti e non rivelarli a coloro che si avvicineranno alla natura, appunto, con un approccio rozzamente tecnico e non mistico. Insomma, è una “ingenua illusione” che per capire la matematica e la scienza occorra studiare matematica e scienza (ed eventualmente frequentare un liceo scientifico). Dev’essere di questa idea anche Eugenio Scalfari, il quale recentemente ha tenuto a spiegarci, nel suo editoriale della domenica, il “vero” significato della scoperta delle onde gravitazionali, lui che ha capito le teorie di Einstein anche meglio di Einstein (tanto da piegarle a metafora dell’attualità politica, cosa certo non concessa a tutti i mortali).
Si tratta di un’idea della cultura che viene da lontano, molto classica e forse persino rispettabile se non fosse per l’ipocrisia che vorrebbe addirittura farcela digerire come “di sinistra”. Si prenda anche la retorica del filosofo Diego Fusaro, tanto per restare in tema di macchiette: il suo è un continuo attacco al mondo della tecnica, dell’economia, alla riscoperta di quelli che sarebbero i veri “valori” umanistici, dell’autenticità, della filosofia heideggeriana dell’essere. Non mi scandalizzerei troppo, se almeno Fusaro non si presentasse come vero interprete di Marx – di un marxismo impossibile dal quale è stata tolta ogni traccia di analisi economica, come nella proverbiale ricetta del risotto senza riso – e difensore dei deboli e degli oppressi (come quando si è fatto una vacanza in Grecia per sostenere il referendum anti troika). 

La vera utilità della cultura classica era stata rivelata e spiegata in modo chiarissimo dal sociologo statunitense Thorstein Veblen nel 1899, nel suo classico del pensiero La teoria della classe agiata, e nell'ambito della sua descrizione del fenomeno del “consumo vistoso”. In sostanza, la cultura delle classi ricche “deve” essere inutile e non produttiva per funzionare da segno di distinzione sociale, per marcare la differenza fra il ricco e il povero (significativo anche il disprezzo, in tal senso, con cui Galimberti parla dei prodotti culturali che si vendono troppo, non adatti a fungere da status symbol). È solo la necessità materiale, infatti, che spinge le persone a occuparsi di cose che potrebbero essere utili, in un più o meno lontano futuro, per praticare un mestiere. Chi il mestiere non ha necessità di praticarlo ha tempo per il greco e il latino. Il grosso vantaggio di questo sistema di distinzione è che è difficilmente contraffabile: mentre una borsa di Vuitton può essere copiata dai cinesi, non si può ottenere una buona istruzione classica a buon mercato. Occorre tempo, molto tempo sottratto al lavoro. 

Si tratta di un sistema perfettamente razionale e può essere detto a suo favore che  proprio come la moda o altri esempi di consumi vistosi – non è mai servito allo scopo di creare e perpetuare le diseguaglianze sociali, in ogni caso lasciando a ciascuno la libertà di perseguire il proprio interesse come meglio crede, ma solo allo scopo di registrarle, di renderle manifeste. È del tutto evidente che l'assorbimento di questo modello all'interno dell'istruzione di massa obbligatoria (che invece avrebbe o dichiara di avere proprio lo scopo di annullare le differenze e creare almeno un'uguaglianza delle opportunità) crea delle notevoli distorsioni nel sistema. Sempre usando il paragone con la moda, è un po' come se lo stato obbligasse le persone a risparmiare parte del loro stipendio per acquistare borsette di lusso, senza chiedersi se è quel che vogliono o di cui hanno bisogno, e con la differenza che una borsetta è almeno facilmente scambiabile con altri beni di prima necessità. 

La conseguenza a lungo termine di un'istruzione di massa così concepita è la creazione di quella che altri ha chiamato, con esplicito riferimento a Veblen, "classe disagiata", ovvero una classe di persone che nonostante abbiano le stimmate fornite da una buona educazione (spesso conseguita con notevoli sacrifici nonostante l'aiuto di stato) non riescono ugualmente ad emanciparsi dal punto di vista sociale  tanto meno dal punto di vista economico. Come i nobili decaduti di una volta, queste persone sono spesso disposte a saltare pranzi e cene ma non a rinunciare ai simboli del loro status, come un maggiordomo, oppure un contratto di collaborazione con una casa editrice per tradurre carmi alessandrini a due centesimi a cartella, pagamento dopo 12 mesi. 

Raffaele Alberto Ventura da buon apocalittico vede nella classe disagiata un modello di concorrenza malato conseguenza di tendenze inevitabili dello sviluppo economico, e che potranno avere il loro scioglimento solo nella catastrofe finale. Più ottimista, io ritengo che non ci sia nulla di intrinsecamente malato nella legge della domanda e dell'offerta, e molto di sbagliato nel tentativo autoritario di indirizzarla o contrastarla, e che proprio tali tentativi conducano a effetti socialmente disastrosi. 




P.S. Per chi fosse interessato a quello che scrivo anche fuori dal mio blog, ci sono due articoli per "L'indiscreto", uno su Socrate e uno su Isaac Asimov. Per il blog degli "88 folli" invece ho scritto un per me insolito pezzo a tema cinematografico, a proposito di Sentieri selvaggi di John Ford.

mercoledì 28 ottobre 2015

analfabetismo e vaccini


Ho scritto un nuovo post sul blog dell'Indiscreto col quale mi inserisco in quello che può essere considerato il grande argomento di questi giorni: il dibattito sui vaccini. Contiene una piccola storia della variolizzazione (ovvero la protezione dal vaiolo prima della vaccinazione), una polemica settecentesca fra Bernoulli e d'Alembert relativa al calcolo delle probabilità, e si conclude con la storia delle prime campagne di vaccinazione.

Devo dire che anche questo articolo mi ha dato soddisfazioni, ricevendo un'attenzione alla quale il tenutario di questo blog non è abituato. Ha suscitato pure qualche polemica, come era immaginabile visto che voleva proprio essere un post controverso, ma mi sembra anche che in linea di massima ne sia stato colto il senso (fra gli apprezzamenti particolarmente graditi registro quello di Marco Cattaneo).

Riassumendo un po' due sono gli eventi, accaduti di recente, che hanno contribuito a scatenare il dibattito: a Bologna una neonata è morta di pertosse, e prima ancora c'è stato l'allarme lanciato dall'Istituto Superiore di Sanità relativo alla sempre minore percentuale di persone che scelgono di vaccinare i figli, percentuale che sarebbe ormai scesa sotto la soglia di sicurezza e che quindi metterebbe a rischio l'immunità di gregge (cioè quella cosa che avrebbe protetto la neonata morta di pertosse, ancora troppo piccola per vaccinarsi). La reazione è stata quella abbastanza tipica del web: da una parte centinaia di post che spiegavano le ragioni e l'opportunità di vaccinare, alcuni ben argomentati, altri ricchi più di insulti che di argomenti e che secondo il mio modesto parere sembravano destinati più a stuzzicare il senso di superiorità intellettuale e morale degli autori che a fornire un servizio di pubblica utilità. Dall'altra parte un numero altrettanto consistente di post che rivendicavano la scelta di non vaccinare, in nome talvolta di un ideale libertario (al quale il sottoscritto sarebbe anche sensibile), più spesso in nome di ragioni pseudoscientifiche piuttosto discutibili.

Mi è sembrata una buona opportunità per discutere dei limiti della comunicazione scientifica e sul delicato rapporto fra scienza e democrazia. In realtà le ricerche che ho svolto hanno finito per prendermi un po' la mano, facendomi appassionare alla storia della variolizzazione e ai dibattiti del Settecento intorno a tale pratica, ma credo che i (due-tre) lettori che mi seguono da più tempo abbiano individuato quale fosse il vero argomento del post: non i vaccini ma una cosa di cui mi sono già occupato di recente e cioè il cosiddetto analfabetismo funzionale. Più esplicitamente, l'abitudine di attribuire all'ignoranza e a un'istruzione insufficiente quelli che al contrario dovremmo considerare gli effetti della scolarizzazione di massa e l'accesso universale alla cultura.

Credo sia una contraddizione che prima riconosciamo meglio sarà, in quanto destinata certamente a ripetersi e deflagrare in altri ambiti oltre a quello, particolarmente delicato per le ripercussioni sulla salute pubblica, dei vaccini. In altre parole dobbiamo imparare a comprendere e gestire gli effetti tuttora imprevedibili che l'accesso universale alla cultura e alla comunicazione scritta possono avere nel modificare gli equilibri e le gerarchie di competenza alle quali siamo abituati. Possibilmente senza tornare indietro a soluzioni autoritarie, basate sulla soppressione e sul controllo del dibattito.

Le mie riflessioni su questi diritti contrastanti – il diritto alla salute e quello del rifiuto delle cure mediche, ma anche il diritto all'istruzione e la libertà di espressione – potrebbero sembrare pessimiste ma io sono, nonostante tutto, un ottimista. Credo nella capacità della società di darsi un ordine spontaneo, tutto sommato razionale ed efficiente, e di creare da sola un sistema di incentivi che lasciando liberi gli individui di compiere le proprie decisioni sia anche in grado di tutelare se stessa. Credo molto meno in sistemi di regolazione della società vincolanti per gli individui e imposti dall'alto nel tentativo di costruire una macchina perfettamente funzionante.

In altre parole, e come ultima provocazione, direi che è naturale che finché esiste un obbligo scolastico, un obbligo alla convivenza forzata e allo scambio di germi fra fanciulli, debba esistere anche un obbligo alla prevenzione dalle malattie, per limitare quegli scambi. Una soluzione, certamente non a portata di mano, per eliminare questi antipatici inconvenienti potrebbe essere eliminare entrambi gli obblighi e creare un libero mercato della conoscenza. Insomma ci tornerò.

giovedì 1 ottobre 2015

aggiornamento

Ultimamente sto facendo il tentativo di uscire dai confini un po' angusti del mio blog personale e andare a cercare qualche lettore altrove.

Devo dire che il mio primo esperimento in tal senso, annunciato nel post che precede, mi ha dato molte soddisfazioni: ha raggiunto un numero di lettori che non sono abituato ad avere grazie alla grande quantità di condivisioni su Facebook, e cosa ancora più importante ha suscitato molte discussioni intorno all'argomento trattato. Oltre che su FB, per esempio, su Reddit, o Hookii, una community che non conoscevo e che mi pare assai interessante.

La sorpresa più piacevole è stata senz'altro quella di essere stato contattato dalla redazione di "Tutta la città ne parla" su Radio3 per essere intervistato sull'analfabetismo. Per un oscuro blogger che si è limitato a fare una ricerca e un po' di verifica delle fonti intorno alle cifre quotidianamente sparate relative all'analfabetismo funzionale è sicuramente un bel riconoscimento. La puntata se dovesse interessare si trova qui (il mio intervento comincia a partire dal minuto 38 circa): temo di non essere risultato particolarmente incisivo ma ho dovuto improvvisare delle risposte sul momento, essendo stato contattato appena un'ora prima della diretta (e non avendo potuto ascoltare gli altri ospiti).

Mi sono però sentito in dovere di approfondire il tema, quindi ho scritto un altro articolo, sempre per DudeMag, che si può leggere qui. Non ha avuto un successo paragonabile al precedente ma così è la vita: quel che ho tentato di spiegare comunque sono i motivi che stanno dietro all'allarme analfabetismo funzionale in Italia (e nel mondo), al di là della reale portata del fenomeno. Ovvero, cosa ci dice di noi la paura dell'analfabetismo del prossimo?

Su tutt'altro argomento, poi, ho scritto un articolo per un blog culturale nato da poco (ma che è l'erede di un periodico di carta degli anni Settanta e Ottanta), L'indiscreto. Si parla stavolta di filosofia della mente, una mia vecchia passione, ma a partire dal film Inside Out per interrogarsi sul ruolo degli omuncoli nelle spiegazioni sul funzionamento della mente. Oltre al film della Pixar sono riuscito a infilarci un bel po' di argomenti, dall'Iliade di Omero, a Platone e Aristotele, ai poeti stilnovisti, agli spermatozoi, agli automi giocatori di scacchi, alle topiche freudiane, sperando non risulti troppo confuso.

È probabile che prossimamente seguano altri esperimenti – adesso che sono uscito dall'anonimato del blog ci ho preso gusto – ma non credo che abbandonerò questo spazio perché ci saranno senz'altro cose che mi verrà voglia di scrivere ma che non saranno pubblicabili altrove. Nel frattempo spero di riuscire a mantenere un certo silenzio almeno per le prossime due settimane perché in realtà dovrei studiare per un esame. Devo prendere un diploma di archivista, paleografo e diplomatista, e il programma è piuttosto impegnativo. Quindi se vedete qualche mio delirio in giro è perché non sto facendo il mio dovere. A presto.